Dal 1° luglio il TFR dei nuovi assunti va al fondo pensione in automatico: cosa devono fare le aziende
Ogni volta che in studio parliamo di previdenza complementare con i clienti imprenditori, la reazione più frequente è una scrollata di spalle. “Il dipendente sceglie da solo, non è un problema mio.” Dal primo luglio questa risposta non funziona più.
La Legge di Bilancio 2026 ha cambiato le regole sull’adesione alla previdenza complementare per i neoassunti del settore privato, e la riforma entra nella fase operativa tra poco più di un mese. Chi non si organizza per tempo rischia di trovarsi a gestire tutto in corsa, con dipendenti che non sono stati informati correttamente e aziende esposte a contestazioni.
Come funziona il nuovo meccanismo
Fino ad oggi, un lavoratore alla prima assunzione aveva sei mesi di tempo per decidere cosa fare con il proprio TFR: lasciarlo in azienda o destinarlo a un fondo pensione complementare. Se non si esprimeva, scattava il silenzio-assenso e il TFR andava al fondo. Ma sei mesi erano abbastanza: il lavoratore aveva tempo per informarsi.
Dal 1° luglio 2026 quella finestra si riduce a 60 giorni. Il neoassunto ha due mesi dall’assunzione per comunicare la propria scelta. Se non lo fa, il TFR confluisce automaticamente nel fondo pensione previsto dal CCNL applicato. Se esistono più fondi, va a quello con il maggior numero di aderenti in azienda, salvo diverso accordo aziendale.
Una cosa importante: la scelta del fondo pensione è tendenzialmente irreversibile. Chi non si esprime e si ritrova iscritto a un fondo complementare non può semplicemente tornare indietro come se niente fosse. Per questo informare il lavoratore in modo chiaro e tempestivo non è una cortesia, è un obbligo con conseguenze concrete.
Gli obblighi che ricadono sull’azienda
Qui sta il punto che molti datori di lavoro sottovalutano. La riforma non è solo una questione del lavoratore: l’azienda ha obblighi precisi. Al momento dell’assunzione deve consegnare al dipendente un’informativa scritta sugli accordi applicabili in materia di previdenza complementare, spiegare le opzioni disponibili e il fondo di destinazione del TFR, raccogliere e conservare eventuali dichiarazioni di rinuncia o scelte diverse.
Una gestione approssimativa dell’informativa espone l’azienda a contestazioni. Se il lavoratore sostiene di non essere stato informato correttamente e il TFR è confluito in un fondo senza che lui lo sapesse, i problemi possono diventare seri.
C’è poi un altro cambiamento che riguarda le aziende più strutturate: la platea di imprese obbligate a versare le quote di TFR non destinate alla previdenza complementare al Fondo di Tesoreria INPS si estende a quelle con più di 50 dipendenti. Chi è in quella fascia deve verificare se il proprio assetto attuale è ancora corretto.
Cosa conviene fare prima del primo luglio
Il tempo c’è ancora, ma non è illimitato. Le aziende che hanno in programma assunzioni nei prossimi mesi farebbero bene ad aggiornare le procedure interne, preparare un modello di informativa chiaro da consegnare ai nuovi assunti e capire quale fondo pensione si applica ai propri contratti collettivi.
Sul fronte fiscale vale la pena ricordare anche l’altra novità della Legge di Bilancio: il limite massimo annuo di deducibilità dei contributi versati ai fondi pensione sale a 5.300 euro, rispetto ai precedenti 5.164 euro. Non è un cambiamento enorme, ma in sede di pianificazione fiscale annuale è un dettaglio che conta.
La previdenza complementare è uno di quei temi che si rimanda sempre. Dal 1° luglio rimandarlo ha un costo preciso. Se vuoi capire cosa cambia concretamente per la tua azienda, scrivici o lascia un commento: ci confrontiamo volentieri.


